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La conversione lira-euro: il cambio che ha affossato l'Italia

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Era il Gennaio 2001. Da un po’ di tempo chi come me andava a scuola imparava a ripetere come un mantra la magica formuletta: 1 euro equivale a 1936,27 lire. 1936,27. Che gran numero. Per memorizzarlo bastava zigzagare dopo l’1 nella tabellina del 3 e passare da 9 a 3 a 6. Il 27 veniva memorizzato di conseguenza, quasi per abbellimento.

 

Durante quell’anno però qualcosa è cambiato. Il ministero del tesoro, sotto la guida di Tremonti (governo Berlusconi) ha dato mandato alla guardia di finanza di controllare che il cambio lira-euro fosse applicato correttamente. La tentazione per molti commercianti era quella infatti di rispettare un cambio 1:1, facendo equivalere 1000 lire a 1€.

 

Nel frattempo gli stipendi si adeguavano alla nuova valuta. Un farmacista che guadagnava 2600000 lire iniziò a percepire uno stipendio di 1300€ circa, un operaio 1000€ da 2000000 di lire. E così via.

Il cambio euro-lira per i salari insomma è stato applicato in modo corretto. Rigoroso. Scrupoloso. Tuttavia, alcuni commercianti hanno iniziato a poco a poco a realizzare quella conversione fasulla alla quale poi tutti si sono adeguati, con buona pace e nel completo silenzio del governo e delle istituzioni.

Il caffè preso al banco (dati della fondazione Nens) è passato rapidamente da 900 lire a 0,90€, il Big Mac da 4900 lire a 4,20€, una margherita da 6500 lire a prezzi che oscillano dai 5 agli 8€, un buon paio di jeans da 1260000 lire a 126€. E la lista potrebbe continuare.

 

Molti italiani lo hanno dimenticato, ma la grave crisi economica in cui versa l’Italia deriva proprio da questo: non dall’entrata nell’euro in sé, che anzi ci ha dato più competitività sui mercati esteri, ma dal mancato controllo effettuato dal governo Berlusconi sul raddoppio dei prezzi verificatosi da Gennaio 2001. Si parla di raddoppio, non di semplice aumento.

E certo che gli italiani non spendono più. Si provi a immaginare cosa si potrebbe comprare al supermercato oggi se fosse stato applicato il cambio corretto. Anziché i canonici 100€ settimanali (checché ne dica la nota statista Picierno, tale è la spesa di una famiglia media con bambini) se ne spenderebbero 50€. Mettiamo che il genitore dopo aver fatto la spesa si dirigesse al negozio più vicino. Quattro T-shirt, due paia di jeans, un maglione: totale, 150€ anziché 300€. Si vuole fare rifornimento di carburante? 25€ per un pieno anziché 50€.

 

Inutile dire che in tasca avanzerebbero tanti ma tanti soldi in più, che potrebbero consentire magari ai giovani di potersi pagare di tasca propria un mutuo con gli irrisori stipendi che lo Stato e le aziende gli riservano, senza dover dipendere per il proprio futuro dalle riserve economiche che i genitori e i nonni hanno avuto modo di accumulare durante gli anni del boom economico.

 

Ormai però il danno è fatto, e non c’è alcun modo di porvi rimedio. Ripristinare il cambio corretto per le merci a distanza di quasi 20 anni significherebbe infatti condannare al fallimento decine e decine di imprese. Una cosa però il governo che sarà eletto il 5 Marzo la può fare: tagliare le tasse. Ridurre drasticamente la spada di Damocle che ci pende sulla testa ogni volta che cacciamo fuori 1€ dal portafoglio: bollo auto, IRAP, IRPEF, TARI, TASI, IMU. Gli italiani pagano anche l’aria che respirano.

Non è una cosa né di destra né di sinistra: è semplicemente l'unica cosa da fare, se non vogliamo trovarci tra 30 anni popolati da milioni e milioni di nuovi poveri.

Ed evitare così che ci rimettano ancora una volta i giovani, che con i loro miseri stipendi non riescono più a farsi largo in maniera indipendente in un mondo che mai come ora richiede autonomia e libero pensiero.

 

 

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