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L'umanità del numero

January 25, 2018

Zhong Zhong e Hua Hua. Due nomi per noi strani ma che rivoluzioneranno l’intera esistenza umana.

Nei laboratori dell’Accademia delle scienze cinese qualche giorno fa è stata clonata per la prima volta una scimmietta, tramite una tecnica che imita il processo naturale della formazione dei gemelli omozigoti.

Quello su cui si dovrebbe riflettere non è tanto la notizia in sé (era scontato che prima o poi il progresso scientifico-tecnologico sarebbe arrivato a produrre qualcosa di simile) ma la motivazione che ne è alla base: ridurre il numero di animali sacrificati per singolo esperimento. Può una simile “scusa” bastare a giustificare l’ascesa dell’uomo verso il gradino divino della creazione della vita?

 

La voglia di creare la vita umana – è cosa certa – porterà gli scienziati a fare anche il grande passo successivo, tentando di imporre alla natura il più universale degli universali, secondo un ciclo di uso e possesso tipico dell’attività produttiva dell’homo faber arendtiano. La domanda che dovrebbero farsi gli scienziati però è: perché?

 

Poniamo il caso in cui realmente riproducendo uno stesso organismo si possano ottenere risultati sperimentali più affidabili e facilmente riproducibili, secondo il sommo parametro moderno che già Adorno etichettò come success or failure. Avrebbe senso forzare i meccanismi naturali a tal punto – con tutto quello che ne deriva – solo per veder migliorato il processo statistico dell’esperimento scientifico?

La scienza – è cosa nota – non asserisce verità. Ma allora perché spingersi tanto oltre, cercando di arrotondare per eccesso una cifra che tenderà sempre e comunque allo zerovirgola, senza mai centrare quel suo grande e illusorio obiettivo che è la conoscenza indubitabile?

 

Le implicazioni morali che ne derivano, a fronte dello scarso guadagno a livello scientifico, sono notevoli. Prima di tutto, considerando la debole motivazione che è alla base di questi esperimenti, sembra che sia stata la voglia di giocare a fare Dio (posto che esista) a prevalere in questi anni tra gli scienziati, portandoli ad omettere la grande domanda che non a caso solo i filosofi si pongono: è giusto creare nuova vita? Poniamo che tutto ciò serva davvero ad ottenere previsioni statistiche migliori, e che come frutto di queste previsioni si riescano a salvare più vite dello stato attuale: è davvero giusto tentare di salvare più vite?

 

Questa determinazione quantitativa – tipica dello scientismo – tralascia del tutto la caratteristica qualitativa della vita umana, che negli ultimi decenni si è vista assottigliarsi sempre di più per colpa dell’appiattimento del pensare e dell’agire nella più completa mediocrità. Non sarebbe meglio limitare il progresso genetico al gradino prima della clonazione, recuperando però un buon vivere (areté) che consenta all’uomo di rendere inutilmente fruttuosa la sua esperienza terrena?

 

Questa corsa scellerata e senza limiti – senza limiti perché non ragionata – verso il progresso scientifico porterà l’uomo a doversi confrontare prima o poi con tutti i dubbi derivanti dalla clonazione di se stesso, con il rischio in primis che una vita clonata non sia degna quanto una non clonata, o che – grazie alle meraviglie della diagnosi genetica precoce – sia possibile in un futuro troppo lontano pagare un genetista per creare una progenie sana, forte e immune da malattie, relegando tutti coloro che non ne hanno disponibilità nei ranghi più bassi della società. Due argomenti già affrontati da sceneggiati come “Westworld” e “Gattaca”.

 

Per capire quali limiti debba avere il progresso urge filosofia. E urge in quei settori che sono a lei per scelta più lontani, cioè la scienza e la tecnologia. Urgono i filosofi per redimere gli scienziati dalla loro ignoranza e dalla cecità di un progresso facile, accattivante, non-disturbante.

Il rischio altrimenti è quello di vedersi moltiplicare gli uomini, ma veder sparire l'umanità dalla faccia della Terra per sempre.

 

 

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