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Diritto ed economia dello studio

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Udite udite. Cinguettano i fringuelli, suonando il loro piffero all’impazzata per tutto l’etere telematico.

Finalmente ci sono arrivati! Quale gioia, quale gaudio. Il governo ha scoperto come indurre i giovani italiani a frequentare di più l’università. Come? Mi chiederete. Secondo i dati OCSE un terzo dei giovani tra i 18 e i 24 anni non studia (tralascio l’espressione ignobile “non lavora”; un giovane a quell’età che dovrebbe fare?). Una situazione imbarazzante, non c’è che dire. Ma il governo ha trovato la soluzione.

Nella legge di stabilità 2017 è stato introdotto uno “student act”, che non è altro se non una storpiatura anglofona della nostra cara espressione italiana “atto dello studente” (o “carta dello studente” è dire troppo?). Tralasciando commenti sull’utilizzo dell’epiteto inglese (siamo forse in Inghilterra?), l’atto prevede prevede 400 nuove borse di studio fino a 15000 euro per i giovani studenti meritevoli, proroga del bonus cultura ai 18enni (sic!) e l’introduzione di una "no tax area" (ancora inglese, simpliciter “zona di detassazione”) per studenti a basso reddito. Provvedimenti buoni? No, ottimi! Per carità. C’è da chiedersi però se queste misure servano davvero a indurre la gioventù italiana a frequentare di più l’università e – in generale – a portare i giovani ad amare di più la cultura.

A modesto avviso dello scrivente uno di questi tre provvedimenti (il bonus cultura) è una chiara mancetta elettorale, soldi buttati al vento per manovrare il primo voto dei 18enni che spesso non sanno neanche il nome del presidente del consiglio in carica. Figurarsi se con i 500€ gli stessi giovani che guardano a manciate il GF Vip vanno ad ascoltare Verdi o a comprare le commedie di Brecht. Le detassazioni e le decontribuzioni poi vanno bene, ma non sono certo misure volte a ribadire il principio di diritto allo studio contenuto nella nostra costituzione (art.3, 4 e 34).

Questo perché, a fronte di tali provvedimenti, all’apertura di ogni anno accademico si assiste in Italia alla palese ed esecrabile violazione di tale diritto, che vede negare tramite il malefico strumento del “test di accesso” la possibilità di studio a milioni di giovani italiani che non hanno l’occasione di fare quella che in una democrazia sana dovrebbe essere la cosa più naturale: dare modo al proprio talento di accrescersi per il bene del paese.

Qualcuno dovrebbe spiegare ai vari esponenti del piddì che in queste ore innalzano la bandiera del diritto allo studio portandola in trionfo per il web che queste manovre fiscali sono ben altra cosa rispetto all’iniezione di cultura e merito di cui questo paese avrebbe bisogno. Un solo esempio. Solo quest’anno 84678 studenti hanno tentato la fortuna nel test più ambito di tutti: quello di medicina (il perché sia così ambito è - ancora una volta - una questione culturale da affrontare). I dati ci dicono che il numero di candidati a questi test di accesso a numero chiuso (che oramai spopolano praticamente in tutte le facoltà, da Farmacia a Ingegneria) è in costante aumento, segno che qualche giovane una mezza idea di andare all’università a studiare quello che gli piace ce l’ha. Il risultato però è che di questi giovani solo pochissimi hanno modo di indirizzare il loro talento verso la disciplina di studio oggetto della loro passione (nel caso di medicina appena 9100 su 84678) e i più si vedono costretti ad abbandonare l’anno per ritentare il test quello successivo oppure a ripiegare su facoltà di “seconda scelta”, in cui ovviamente il talento e il merito vengono presto offuscati dalla frustrazione e dal disinteresse nate dall’aver scelto un percorso non congruo con le proprie aspettative culturali. Qualcun altro ancora preferisce optare per le discipline umanistiche, le uniche guarda caso che (per ora) non hanno il numero chiuso e che si vedono impoverire da questa affluenza di gente distrattamente interessata agli argomenti che trattano. 

Cosa possono fare due spiccioli di decontribuzione a fronte di un dramma così profondo, che colpisce non solo i giovani ma l’intero paese/sistema Italia? Un paese che non coltiva i propri talenti, impostando l’intero ciclo d’istruzione non sullo spessore culturale dell’apprendimento ma sulla possibilità di lavoro, è un paese destinato a morire. Qualcuno lo dica ai politici del diritto allo studio, prima che sia troppo tardi.

 

 

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