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La politica della morale

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Si parla tanto ultimamente di morale in politica, o di "politica della morale", se intendiamo con questo termine un pluralismo della morale teso all'azione politica, o meglio alla prassi politica. Se ne parla anche perché in Italia alcuni segmenti dello scenario politico amano dividere la società tra puri e impuri, preferendo schierarsi tra i primi a sostegno di idee di per sé non condivisibili, in quanto prive del tutto dell'elemento pluralistico che è preambolo della condivisione politica di programmi e progetti.

Ma è davvero necessario che si faccia della politica una questione morale? C'è davvero bisogno che i governanti siano persone irreprensibili, "senza macchia"? Mi rendo conto che la domanda, così posta, sia a prima vista impopolare. Viene spontaneo infatti avere la tentazione di essere rappresentati da qualcuno che è moralmente migliore di noi, a cui si possa guardare come modello e sotto la cui bandiera sia possibile radunarsi contro il nemico scomodo, di solito quello più furbo, cattivo e più abietto. Ma questo a ben vedere va contro l'essenza stessa della politica, che fin dai tempi dei greci (da Platone e Aristotele in poi) è vista come fenomeno totalmente scisso dall'etica o dalla morale. Il termine ethos deriva infatti dal greco e sta a significare "costume", "modo abituale di agire", "consuetudine". "Morale" invece ha un significato che risale alla romanità, e che ha solo in parte un senso sovrapponibile a quello greco ("mos" infatti vuole dire sempre "costume"). Demetrio Neri ci dice che volendoli distinguere su di un piano prettamente semantico verrebbe da dire che si possa intendere l'etica come lo studio tipicamente filosofico del fenomeno morale, e come morale il fenomeno oggetto dell'etica in quanto tale. Secondo tale accezione gli "atteggiamenti", in quanto fattibili di analisi e quindi oggettivabili, rientrerebbero nella morale, mentre lo studio di essi (della loro correttezza o della loro bontà) nell'etica.

La politica invece non ha niente a che vedere con l'oggetto dell'etica. In quanto espressione più pura della polis essa presume infatti politeia, e nient'altro, pluralismo, e non moralità. Anna Arendt fa notare che la politica, intesa come praxis - azione volta esclusivamente alla politeia - ha la necessità di essere libera non dall'immoralità, bensì dalla schiavitù del mercato e della produzione illimitata, che nella società di massa odierna sono ben rappresentate dal surplus lavorativo dell'animal laborans e dall'utilitarismo servizievole dell'homo faber. Non è un caso se Aristotele - il padre autentico sia della politica moderna che dell'etica filosofica - abbia distinto nettamente politica ed etica tra le scienza poietiche. Per il Filosofo il sommo bene a cui possono aspirare i soggetti politici non è la morale, ma l'onore, che assume in relazione all'assetto politico il termine di Eudaimonia. In senso più lato all'Eudamonia non corrisponde che un'attività, che nel caso della politica può conformarsi in modo onorevole all'oggetto di studio dell'etica solo in quanto attività soggetta a leggi, quindi all'esercizio legale, più che a quello morale.

Al soggetto politico dunque spetta in primo luogo l'essere sottoposto alle leggi, e non alla morale non-legalistica. Sono le leggi a decretare se un uomo libero dalle incombenze economiche dell'oikos possa assurgere e legislatore e governatore, e non la morale del senso comune, che come sanno i filosofi è quanto di più fallace e incerto ci sia sulla scena politica.

Ecco perché (secondo un ragionamento morale di stampo teleologico e utiliritaristico) non è prerogativa del politico l'essere onesto, ma lo è essere capace, adatto al ruolo che ricopre. Ma non si può che essere d'accordo sempre con Aristotele nel sostenere che la capacità massima dell'uomo sia il pensare, il differenziare le proprie asserzioni rispetto a quelle dell'opinione comune, che in quanto ingiustificate e spesso ingiustificabili sono poco più di parole al vento (flatus vocis). Dunque il modo migliore per ricoprire il ruolo dell'azione plurale (politica) è quello di annullare il proprio legame di sudditanza nei confronti delle categorie del lavoro e del fare, rendendo possibile una libera condivisione di idee che ha come premessa fondamentale la sola arte contemplativa; l'unica che nel suo significato dialogico può aiutare e ripensare il mondo, e con esso ripensare l'umanità. 

In definitiva quindi non si può dire che il politico capace debba essere necessariamente onesto. Ma è fuor di dubbio che il politico autentico debba essere libero, onorevole e pensante. Una politica di disonesti ha in sé la capacità di far del bene ad un paese, poiché la disonestà soggettiva non è in conflitto con l'azione politica, a meno che non sia passibile dell'azione legale. Tuttavia, una politica di soli onesti - e di nient'altro - sarebbe priva del tutto di quella componente plurale che in politica porta la parte (il partito) ad abbracciare il diverso, assicurando governabilità, rappresentanza utile e democrazia in un paese.

 

 

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