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Per una filosofia del Natale

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Si avvicina il Natale. Già pare di vederlo. Le luci sotto l’albero che profondono un luminoso silenzio, balzellando qua e là sui muri con una pulsionale sequenza prismatica, i regali impacchettati nei loro colori sgargianti sotto i rami cadenti dell’irto vegetale pendulo, il profumo della cucina della vigilia che si irradia con la sua brezza inebriante per tutta casa.

Natale tuttavia, per la tradizione cristiana e per la nostra tradizione in generale, è qualcosa di più. Qualcosa di cui tutti però – cristiani e non – sembrano dimenticarsene. Meno male che a ricordarcelo ci sono i filosofi, come il professor Massimo Cacciari nella sua intervista odierna a Libero (http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/13285723/massimo-cacciari-natale-dimenticata-nostra-civilta.html).

Cacciari analizza da ateo il fenomeno del Natale, che è una prospettiva che lo accomuna non solo a me, ma a tutti coloro che a torto o a ragione amano professarsi filosofi (“Il filosofo non può credere”, cit.). Il filosofo deve essere ateo perché non può sottostare ai dettami di uno stilema imposto, di un “discorso d’altri” che in virtù della sua pretesa di infallibilità pretende di gettare l’umanità tutta verso gli oscuri meandri della minorità. Tuttavia, allo stesso modo con cui non può sottostare al discorso d’altri, il filosofo non può ignorare l’essenza problematica e misterica che qualsiasi fede – e il cristianesimo in particolare- manifesta attraverso il suo esistere e il suo attuarsi. Nel caso cristiano – e mi riferisco soprattutto alla nascita di Cristo – il filosofo non può ignorare che quello che è stato descritto nella narrazione evangelica sia un mistero di impossibile risoluzione, se intendiamo con “risoluzione” qualsiasi convincimento basato sulla natura formale del raziocinio. La nascita di Cristo come Dio-uomo – reale o fittizio che sia questo evento – pone di fronte alla mente interrogativi che vanno al di là del semplice apparire, che sforano dal mero concatenarsi degli oggetti del quotidiano nel susseguirsi spento dell’infinita capacità autoprocreativa della vita. Qui si parla – e non ne parla solo la tradizione cristiana, ma anche la nostra tradizione, che è essenzialmente greca, romana e cristiana – dell’identificazione dei due lati opposti del tutto – il sostanziale e l’accidentale – all’interno dell’unica forma umano-divina. Non è un caso se Cacciari definisce questa coincidenza paradossale e paradigmatica di opposti come “vertiginosa”. La vertigine in filosofia esistenziale non è che quell’attimo immediato che precede la scelta, e che vede la mente costretta a doversi porre di fronte a possibilità problematiche che prima di quel momento non aveva fiutato nemmeno lontanamente. L’appiattimento del mistero del Natale nello spirito festoso del dare-e-avere non può che condurre ad un’anestesia generale delle coscienze (cito sempre Cacciari), un livellamento del velato verso la mediocre sinfonia del già-dato che lascia cadere del tutto qualsiasi domanda a proposito di quello che Kierkegaard definì “lo scandalo”, che è parte costitutiva di quel processo dell’interrogare che rappresenta l’essenza demoniaca dello spirito filosofico nella sua forma più pura.

Ecco perché, sempre a detta di Cacciari, non si deve distinguere in prima istanza tra laico e cattolico, ma tra “pensante” e “non pensante”, unica strada verso una corretta imposizione dell’interrogazione che precede l’affascinamento verso il già-detto. Ed ecco perché ogni uomo (non solo ogni cristiano) dovrebbe riflettere almeno una volta nella vita in modo serio e profondo sull’essenza di quella che ormai è diventata poco più di una burla consumistica, votata al diletto e al piacere più che alla profondità e al mistero.

 

 

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