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L'ultima corsa verso il fine-vita

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Ci sono alcuni temi che, non si sa perché, trovano presto alloggio presso una ben determinata fazione politica, come se il loro stesso pronunciarsi fosse di per sé un divisivo trastullo, soggetto alle più svariate interpretazioni di chi utilizza il proprio sistema valoriale come supporto ai propri pensieri e alle proprie azioni.

Uno di questi temi è il fine-vita, su cui le televisioni e i giornali si sono a lungo dilungati in occasione della morte di Fabiano Antoniani in arte Dj Fabo. Da mesi è stata approvata alla camera una legge per il biotestamento (“Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario”), attraverso la quale si cerca di assegnare un diritto in più al cittadino, cioè quello di scegliere di rifiutare qualsiasi terapia in caso di mancata autosufficienza – tra cui la nutrizione e idratazione artificiale - al fine di garantirsi un ineluttabile scivolo verso la morte.  Una cosa importante da sottolineare è che nella legge è previsto non solo il diritto all’abbandono delle cure da parte del paziente, ma anche l’obiezione di coscienza da parte dei medici, un servizio di supporto psicologico per il paziente che opera tale scelta e il divieto di accanimento terapeutico in caso di malattia terminale.

Sono molti dunque i punti affrontati e, a mio avviso, questa legge sul biotestamento potrebbe essere un grosso passo in avanti per il riconoscimento di un’autonomia di coscienza e di pensiero tale da consentire all’uomo di decidere in totale indipendenza della propria vita, valutando da sé solo se una vita da vegetali sia da considerare come preziosa al punto tale da continuare a poter essere vissuta.

Di parere diverso sono ovviamente i cattolici e tutte quelle forze politiche che si richiamano ai valori del cattolicesimo, come ad esempio Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega. Berlusconi, ospite qualche giorno fa presso un’importante trasmissione televisiva, ha sviato sulla questione con elegante retorica politica, mentre Salvini ha dichiarato in modo più diretto che “lo Stato farebbe bene ad occuparsi dei vivi, e non dei morti”. Ovviamente il senso che il leader della Lega vorrebbe far passare è che ci sono altre priorità per l'Italia rispetto ad un testo sul fine-vita, ma a questo pensiero si può facilmente obiettare ribadendo l’importanza che l’avanzamento di una cultura etica a livello sociale abbia per un paese, in termini di responsabilità individuale e di autonomia collettiva.

Il tacito assunto che spinge gli esponenti di spicco delle principali forze di centro-destra a pronunciarsi in modo negativo o indifferente sul biotestamento è ovviamente la massima cattolica della sacralità della vita, che ha un peso enorme sui rispettivi gruppi elettorali di riferimento. Tuttavia, anche in tal caso non si riesce a capire perché una legge simile si dovrebbe scontrare con il principio etico-cristiano de “la vita al primo posto”. “Biotestamento” infatti non è affatto uguale a “eutanasia”. Il non-accanimento (di per sè dunque l'assenza di atto) non è la stessa cosa dell’atto volitivo necessario per porre a termine l’esistenza di un essere vivente, e la paura per un provvedimento che mira soltanto a responsabilizzare di più il cittadino permettendogli di decidere su ciò che gli è più proprio (la vita) è del tutto insensata.

Per di più, non si vede il motivo per cui una tematica del genere (come tutte le tematiche etiche, morali, o persino ambientali) debba essere ascritta ad una specifica tradizione di pensiero politico, e discussa di conseguenza prendendone le parti in modo pregiudiziale. Volerla imbrigliare nelle spire faziose della tradizione partitica non può che recare danno ai cittadini, soprattutto a quei cittadini che vorrebbero in prima istanza essere i responsabili della propria vita e – come naturale conseguenza – della vita dei propri cari, costretti a un perenne tormento nel vedere la persona amata immobilizzata per anni in un letto. 

I politici abbandonino dunque le faziose manovre del pensiero unico e abbraccino la ampie distese del pensiero critico: le uniche in grado di poter condurre a decisioni corrette, sia sulla vita che sulla morte.

 

 

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