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  • Luca Pantaleone

Coscienza pandemica

In questo periodo abbiamo assistito a due tipi distinti di pandemie. Diverse, eppure così intimamente collegate: una pandemia sanitaria, specifica, che con il suo lock-down ci ha costretti a cambiare radicalmente, almeno per un breve periodo, il nostro stile di vita, e una pandemia "pubblica", a-specifica, la cui genesi è riconducibile solo e unicamente al nostro essere-in-comune nella sfera della socialità.

Entrambe queste pandemie hanno la loro origine, il loro fondamento, nel concetto di "malattia". I positivisti, gli scientisti e i cartesiani vedono in questo concetto l’espressione della degenerazione del corpo fisico, il tedesco Korper, la cui corruttibilità è analizzabile e misurabile come se fosse un ente geometrico rappresentato su di un piano.

Qualora si fosse però inclini a valutare la reale essenza dell’umano, pensando perciò all'uomo come un synolon, un binomio indissociabile di mente e corpo, saremmo costretti a fare i conti non più con il semplice concetto di degenerazione, ma con quello ben più esteso e vago di "anormalità". Se con "salute" – il termine di riferimento della patologia scientifica – potremmo essere pronti a intendere la condizione "normale" dell'essere umano, il principium individuationis del corpo fisico, ovvero l'elemento di fondo capace di rimanere costante lungo l'arco della vita a discapito delle sue dolorose e sofferenti manifestazioni, sarebbe chiaro allora che con a-normalità non potremmo intendere altro che la privazione momentanea di uno stato fondamentale dell’umano, un’esser-meno dell’appartenenza al corpo di un qualcosa che, per principio, il corpo avverte da sempre come suo.

Se dunque la degenerazione del corpo fisico è la condizione a-normale, ma immediata e rassicurante, della malattia pandemica, ben più profonda è l'anormalità di quel binomio mente-corpo chiamato coscienza, e di conseguenza dell'attributo sostanziale chiamato "corpo proprio" (Leib).

La condizione normale dell'essere-coscienti, in tale accezione, non è la salute bensì la vigilanza, ovvero l'agire con attenzione. L'attenzione, a sua volta, è quella componente intenzionale capace di selezionare l'oggetto in modo volontario o involontario. In entrambi i casi l'oggetto viene in-teso e ritenuto dalla coscienza, che può farlo assurgere a materia d'atto di successivi atti intenzionali.

Ora, è noto che in tempo di pandemia ciò che viene meno è l'attenzione verso quegli oggetti normali che in periodo pre-pandemico avevano pari dignità nella sfera degli affari quotidiani. Di fronte al rischio della sofferenza del corpo, la mente sceglie di dirigersi solo e unicamente verso quegli oggetti in grado di donare sollievo dal dolore e dalla sofferenza. È questo il motivo per cui la mascherina gode in tale periodo di più attenzione di un paio di occhiali da sole. La mente pandemica in altre parole intende solo la sicurezza e l'assenza di rischio. Tende a estromettere cioè dalla propria vita di coscienza l'elemento dell'ignoto e dell'ineffabile, affidandosi al sicuro e al noto.

È questa la ragione per cui la mente pandemica risulta molto più propensa ad accettare le raccomandazioni dei medici e degli scienziati. A queste presta maggiore attenzione, mettendo in secondo piano tutto il resto della propria vita activa.

Da qui si può evincere che la mente pandemica è vigilante in senso eccessivo verso il non rischioso, il rassicurante, perdendo del tutto la propria capacità di porre attenzione al rischioso, al non-sicuro, al nascosto, al reietto. Ma l'ovvia conseguenza di questo ragionamento è che essa non sia più in grado di mettere in discussione il noto per abbracciare l'ignoto.

L’esclusione della tensione verso l’ignoto è la più grave conseguenza di una pandemia. Essa genera confusione e contrasto, evidenziando problemi di metodo nell’approccio scientifico al problema sanitario; contemporaneamente, però, ne aumenta il polemos, acuendo in modo radicale la sfiducia o la fiducia verso il tecnico, il politico, lo scienziato. E in questa tensione continua tra estremi inconciliabili l’uomo risulta perso, abbandonato alla dispersione pubblica e quotidiana della propria irrisolta individualità.

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Toscana | Luca Pantaleone | luca.pantaleone@hotmail.it

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