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ESTRATTI

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Benvenuti nel mio salotto.

Ho deciso di creare questa sezione, "Estratti", per coinvolgervi nel mio mondo e rendervi partecipi del mio pensiero e dei miei racconti.

Qui sotto troverete dei brevi pezzi (in alcuni casi brevissimi), tratti dalle mie opere.  

Le opere filosofiche sono contrassegnate con il simbolo        , mentre quelle di narrativa con         .

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Filosofia de La Zanzara (Rogas, 2022)

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Punzecchiare, com’è noto, non è la stessa cosa di pungere. Fenomenologicamente il pungere è un atto compiuto, che si porta avanti in un determinato lasso di tempo ben preciso, quello necessario a lasciare sulla pelle “la puntura”. Il punzecchiare invece non lascia segni. Va e viene, come il ronzio della zanzara, e di esso rimane solo il ricordo, la sensazione del fastidio provato. 

La zanzara infastidisce, ma non costituisce mai un pericolo. Almeno qui in Italia. Anzi è quasi una presenza amica, che ha sempre fatto parte delle nostre vite. Non esiste almeno una notte insonne nella vita di ognuno di noi che non si sia passata a maledire una zanzara, e non senza un certo godimento distorto, perverso. 

Sì perché ciò che viene spontaneo fare di una zanzara è maledirla. Prima di schiacciarla. Oppure maledirla e schiacciarla insieme. Schiacciarla con le mani prorompendo in un’imprecazione, oppure batterla contro il muro con un cuscino - o lanciarlo contro il soffitto, come piace fare a me - per poi verificare il successo dell’omicidio con una minuziosa ispezione del pavimento. 

Quello che conta però è che al ronzio della zanzara si accompagna sempre la maledizione, l’imprecazione, lo spergiuro. E c’è da scommettere che nel corso degli anni se ne sono escogitati dei più fantasiosi. 

Qualcuno forse persino razzista. Scommetto che non esiste al mondo qualcuno che non sia pronto a dichiararsi un razzista nei confronti delle zanzare. Neanche un buddista. Scommetto che anche lui alla fine cederebbe all’insofferenza causata dal ronzio della zanzara, e la spiaccicherebbe contro l’armadio urlando un sonoro “vaffanculo”.

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Il virus e noi (Rogas, 2021)

La pressione della massa invisibile fa sì che i vivi sentano costantemente come presente la massa dei morti, pur non vedendola. Ciò naturalmente ha un’influenza diretta e decisiva sulla loro vita, sulle loro azioni, persino sui loro pensieri. Non esiste uomo che non abbia pensato mai, almeno una volta, alla massa dei morti, e che non ne abbia mai avuto timore. Come quelli che la malattia si è lasciata dietro nel freddo inverno di Bergamo, chiusi nelle bare fatte sfilare dalle camionette dell’esercito durante i primi mesi di epidemia in Italia. 

Parallelamente, non esiste uomo però che durante un evento del genere non abbia rivolto la mente almeno una volta anche ad un’altra massa, quella dei patogeni, nell’incessante tentativo di cercare in tutti i modi ad allontanarsene. Tale tipo di massa è quanto più pericolosa tanto meno è controllabile da mano umana. Il suo sfuggire-di-mano le consente infatti di non porre limiti alla propria crescita – dunque di non deflagrare mai –, di godere fino al picco di contagio della sensazione di massima concentrazione possibile, di dirigersi verso l’unico obiettivo condiviso da qualsiasi agente infettivo, ovvero l’uomo, la sua carne, il suo respiro, senza alcuna paura del disgregamento

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Husserl e Frege. Psicologismo, antipsicologismo, logica, fenomenologia (Ombre Corte, 2020)

A ciò si ricollega in Husserl una differente caratterizzazione delle nozioni di senso, significato e significare. “All’intendere (Meinen) o al prendere di mira (Vermeinen) corrisponde l’intenzione (Meinung) come al significare il significato”. In altre parole, la fenomenologia vede l’intenzione come un atto significante e l’oggetto dell’intenzione come il suo significato. Ma, considerando che l’oggetto di un’intenzione non è altro che l’essenza, l’eidos o il noema, ad esso può essere dato anche il nome di senso. Nelle Idee, rispetto alla Prima Ricerca Logica, subentra però una lieve distinzione tra senso e significato. Il noema assume qui i tratti di un senso fregeano generalizzato all’intera sfera degli atti intenzionali, mentre il significato è l’atto intenzionale volto a far coincidere un senso con un’espressione. La ragione formale dell’oggettività per Husserl quindi risiede nel contatto tra noesi (significato), noema (senso) e hylè (oggetto), ovvero nel complesso iletico-noetico-noematico.

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Saggi Logico-Fenomenologici (Clinamen, 2019)

La fenomenologia, con il suo metodo, ha l’occasione di condurci ad un grande risultato: ad appurare cioè che i princìpi costitutivi in grado di fondare ontologicamente l’individualità sono evidenti e dunque reali. Con la conseguenza che anche noi, in quanto soggetti dubitanti e pensanti, potremo dirci reali nel momento stesso dell’esercizio e della risoluzione del dubbio scettico.

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Il problema della verità. Dal corrispondentismo al pluralismo (Aracne, 2018)

Ebbene, numerosi filosofi nel corso del tempo hanno criticato entrambe le tesi russelliane, ponendo problemi filosoficamente rilevanti che non possono che intrecciarsi con l’analisi del concetto di verità.

Si può considerare come prima obiezione quella di Strawson, che a differenza di Russell intende il riferimento di un termine singolare o di una descrizione come “un’azione compiuta da una persona in un certo tempo e in una data occasione”. Come risultato, per Strawson non sono le espressioni che si riferiscono, ma le persone, usando espressioni appropriate per quello scopo. In altre parole, “un’espressione si riferirà solo usandola in un contesto costruito in modo appropriato”, e non in modo totalmente avulso da quelle che sono le intenzioni del parlante. Per Strawson quindi enunciati come “il re di Francia è calvo” non sarebbero falsi, ma implausibili, perché il parlante non può riuscire a riferirsi correttamente a qualcuno (da momento che quel qualcuno non esiste), e l’espressione sarebbe dotata perciò di una referenzialità solo apparente.

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La Gabbia Logica (Aracne, seconda edizione, 2019)

Il significato dell’arte intuita e percepita non si compie su una linea storica, ma nell’immediato. Il tempo convenzionale, quello fissato dalla Gabbia e pre-dato come determinato, viene distrutto e rielaborato, attraverso l’esperienza estetica, di modo che esso possa essere scandito non più da un orologio, bensì dalla coscienza. La forza prorompente dell’intuizione estetica ha in sé la facoltà di cancellare qualsiasi convenzione, ma deve stare attenta a non ricadere all’interno delle categorie concettuali della Gabbia, dando luogo nuovamente alla forma d’arte derivata. Osservando (sentendo) la Gioconda se ne può avvertire la bellezza, ma tale termine rimarrà vuoto se ad esso non corrisponderà una percezione in grado di elaborare quel sentire, un atto di riflessione che consenta all’uomo, attraverso l’opera, di estraniarsi dalle convenzioni per abbracciare l’infinito novero delle possibilità che l’esistenza gli apre dinanzi. Distogliendo lo sguardo dalla Gioconda prima di averne percepita l’essenza ne rimarrà solo sensazione, e dunque non si riuscirà mai ad avere realmente coscienza di ciò che si ha di fronte.

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Il Franco Cavaliere (Scatole Parlanti, 2019)

Inutile dire che quell’atteggiamento non era tanto gradito ai suoi pari, che il cavaliere d’altro canto stava attento a frequentare poco. Non che la cosa in effetti gli importasse più di tanto; tutto quello che lui aveva sempre sognato di fare, infatti, era invecchiare insieme ai suoi libri, e morirci sopra, più che perire in battaglia, tentando eroicamente di voltarne le pagine. A dirla in una parola – una parola che oggi può significare qualcosa, ma che al tempo a dir il vero raccontava ben poco di un cavaliere – si può dire che Teodobaldo incarnasse bene lo spirito del lettore. Sempre col naso all’insù, pensando all’ultimo libro che aveva letto oppure immerso in una digressione assieme a qualche filosofo immaginario a tenergli compagnia nelle lunghe passeggiate di campagna. Non era raro vederlo aggirarsi nella sua proprietà prendendo qualcosa che aveva a portata di mano e simulare ora un combattimento, ora una cerimonia, ora un grosso avvenimento per come lo aveva letto nei suoi libri.

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Apnea. I misteri del Gargano (Porto Seguro, 2017)

L’ambiente era buio e l’aria era calda e umida. Le narici della bambina si chiusero per un istante non appena avvertirono un odore acre di naftalina ed escrementi di topo. 

Annina si issò su con tutta la forza che aveva in corpo, tastando il terreno intorno in cerca di qualcosa per fare luce. Ricordava che la mamma aveva messo lassù qualche settimana prima una vecchia lampada ad olio, che si accendeva ruotando una manopolina d’ottone sulla destra. La cercò andando a tentoni per qualche metro, fino a che non mise le mani su qualcosa di soffice, che riconobbe immediatamente.  Era Michelino, finito lì per chissà quale motivo.

Lo prese in mano e raggiunse a fatica la tanto cercata lampada, riuscendo a girarne la manopola. Un tenue bagliore si sparse per tutta la soffitta, illuminando gli oggetti e le cianfrusaglie che la famiglia aveva accumulato nel corso degli anni. Tranne che in un angolo giù in fondo, ancora in ombra. Annina si fece coraggio e si avvicinò con la lampada in mano, stando attenta a dove metteva i piedi. Il mugolio che aveva avvertito giù di sotto si faceva sempre più forte facendole palpitare furiosamente il piccolo cuoricino, che le sembrava esserle ormai salito in gola, mentre le gambine tremavano sempre di più, quasi volessero prendere e scappare da sole, lasciandola lì tutta sola. Eppure si accorse ben presto che non era sola. Nell’angolo della soffitta lo Scazzamureddu teneva Giuseppe in lacrime per la gola, con un sadico ghigno dipinto sul volto.

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Tra Sonno e Veglia (Amazon KDP, 2018)

E poi c’era la Stanza. Nelle notti normali non veniva usata né da me né da lei. Non che io ne avessi bisogno, anche se - mi preme chiarirlo - anche io avrei potuto usufruirne se avessi voluto. Tuttavia c'era qualcosa in me che mi diceva che accedervi sarebbe stato malsano, malvagio, distorto, e in ogni modo non riuscivo proprio a capire che cosa potesse esservi di speciale là dentro. La mania della mia compagna di infilarcisi nelle notti di maggior tormento, come parecchie delle sue stranezze, rimaneva un mistero per me e per il mondo, ma io pur non capendolo lo accettavo, accettavo quel gesto aspettando nella mia branda che la cosa finisse lì. E di solito accadeva precisamente così, cioè che lei entrava, si stendeva in quel minuscolo lettino, e lì dava sfogo alla sua inquietudine. 

Normalmente bastava poco più di qualche minuto passato in quello stato perché riprendesse il controllo di sé e tornasse nell’altro letto a dimenarsi in silenzio. Tuttavia c’erano delle notti, come quella notte, in cui questo suo rito durava più del dovuto, straziandomi l’anima con i tormenti che uscivano furiosi da quella bocca spaventosa.

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